Riportiamo con piacere l’intervento del Prof. Flavio Felice tenutosi in occasione della tavola rotonda intitolata “Dalla congiuntura socio-economica all’economia antropologica” del 22 giugno durante l’Assemblea UCID di Fano.

Istituzioni politiche e imprese
Flavio Felice[1]
Mi รจ stato chiesto di intervenire su quale dovrebbe essere il rapporto tra istituzioni politiche e imprese. Banalmente, possiamo dire che buona impresa e istituzioni sane si reggono a vicenda. Per buona impresa intendiamo unโentitร economica che produce valore innovando e competendo, remunera i fattori produttivi, ha un impatto positivo sullโambiente, favorisce la cultura della responsabilitร , del diritto e della concorrenza. Dโaltro canto, unโistituzione politica รจ sana quando presuppone il primato del diritto (rule of law), favorisce un ordine civile dinamico attraverso la contendibilitร delle cariche, esprime un potere limitato e controllato dal potere di altre istituzioni: il potere che limita il potere. ร cosรฌ che si stabilisce un circuito virtuoso, dove istituzioni sane favoriscono la buona impresa e questa favorisce istituzioni sane. In caso contrario, si innesca un circolo vizioso, dove istituzioni malate (estrattive) promuovono la cattiva impresa, quella di tipo predatorio, nella quale ad operare non sarebbero gli imprenditori, bensรฌ meri prenditori, e questi ultimi assicurano la rendita politica delle รฉlite; un reciproco sostegno che cristallizza le posizioni di potere.
Un secondo aspetto fondamentale da tener presente nella discussione รจ che non esiste un prius e un post tra buona impresa e sane istituzioni, esiste semmai un rapporto di dipendenza reciproca, delineando un quadro simbolico descritto dallโimmagine geometrica del triangolo: ciascun lato regge lโaltro e nessuno di essi puรฒ vantare di essere prevalente rispetto agli altri due; di fatto, se dovesse mancarne uno solo, verrebbe meno lโintera figura geometrica. Fuori di metafora, la reciproca dipendenza di impresa-istituzioni-responsabilitร : economia, politica e cultura, ci invita ad una analisi politica ed economica culturalmente orientata ad un approccio pluralistico, che si contrappone ad uno di tipo monistico.
Seguendo lโapproccio monistico, dovremmo immaginare la societร come un tuttโuno, una massa indistinta di elementi che formano il tutto, inteso come realtร altra rispetto alle parti che la compongono: la societร รจ una ipostatizzazione, una personificazione del tutto come soggetto in grande: il โgran-tousโ di Rousseau, ma anche il Leviatano di Hobbes o lโโunum corpus mysticumโ di Francisco Suarez (รจ evidente che parliamo di tre ipostatizzazioni differenti, ma accomunate da una identica rappresentazione del rapporto tra le singole parti e il tutto): il tutto รจ superiore alle parti che lo compongono, lo Stato รจ superiore al cittadino; lโinteresse del partito รจ superiore a quello dellโiscritto; il bene superiore della razza รจ preordinato rispetto a quello del singolo essere umano; lโinteresse per la ragion di Stato deve consentire il ricorso a pratiche ritenute inammissibili qualora considerassimo lโinteresse individuale; in pratica, lโapproccio monistico allโanalisi sociale gerarchizza gli interessi, ordinandoli secondo il principio organicistico, in forza del quale saremmo tutti parti di un corpo, i cui organi sono funzione del tutto.
Se รจ indubitabile che un tale argomento riveste un fascino e una nobiltร antichi โ si pensi soltanto allโapologo di Menenio Agrippa โ, esso andrebbe riconsiderato alla luce del fatto che, mentre il tutto รจ unโastrazione, le parti che lo compongono sono qualcosa di molto concreto: sono le persone.
Lโapproccio pluralista o plurarchico, al contrario, fotografa una realtร sociale di tipo โpoliarchicoโ: riconosce lโirrisolvibilitร del pluralismo delle forme sociali, che genera una pluralitร dei centri di potere: la โpoliarchiaโ. Cosรฌ come ciascuna persona sperimenta lโirriducibilitร del suo essere persona ad una sola dimensione del suo esistere: la dimensione politica, economica, culturale, religiosa e via dicendo, possiamo dire altrettanto delle forme sociali. Non esiste un prius della politica rispetto allโeconomia, alla religione o ad altro, che rappresenterebbero un post, e viceversa. A questo punto, ogni forma sociale o centro di potere contribuisce quota parte e concorre allโinteresse generale, senza che nessuno possa vantare alcun primato, dal momento che solo lโinterferenza e la concorrenza tra le varie forme sociali e i differenti centri di potere sono garanzia che nessuno assuma un potere eccessivo.
ร qui che entra in gioco il tema del โbuongovernoโ โ ovvero dei โbuoni governiโ โ rappresentati nel ciclo pittorico del Lorenzetti nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena. Abbiamo tre affreschi: lโallegoria del buongoverno, gli effetti del buongoverno, gli effetti del cattivo governo. Ebbene, che cosa caratterizza il buongoverno rispetto al cattivo governo? Lโarmonia tra i tanti buoni governi della cittร : commercio, artigianato, arte, cultura, politica, religione. In breve, non abbiamo una buona politica che, sovrana, regge saggiamente la cittร . Abbiamo invece una realtร in cui una politica limitata e controllata da altri governi consente a ciascun centro di potere di operare in una sfera limitata e, per questo, responsabile: non discrezionale. Potere politico e potere economico si controllano e si limitano a vicenda, garantendo le condizioni affinchรฉ le singole persone possano perseguire il proprio progetto esistenziale, favorendo la prosperitร e la pace.
Prosperitร e pace sono le condizioni generali fondamentali perchรฉ il bene comune non sia una formula vuota, ma il programma civile che ciascuna persona puรฒ perseguire. La prosperitร รจ data dalla produzione di ricchezza in tutti i campi del vivere civile ed รจ necessario che provenga da differenti fonti e che raggiunga le svariate destinazioni, nella consapevolezza che la ricchezza รจ come lโacqua: รจ sana e portatrice di benessere quando scorre in modo ordinato, mentre รจ fonte di malattia quando ristagna ed รจ causa di distruzione quando, non incanalata, invade il territorio in maniera torrenziale. Dโaltro canto, la pace non รจ mera assenza di guerra: รจ lโagostiniana โtranquillitas ordinisโ, la risultante dellโarmonizzazione dei tanti organi civili presenti nella societร , tale da rendere impraticabile la guerra e persino impensabile che qualcuno possa ricorrervi: un anacronismo della storia.
Pace e prosperitร sono le condizioni istituzionali che dipendono da una predisposizione civile al pluralismo sociale e, a loro volta, sono lโindispensabile nutrimento di quella predisposizione: โtranquillitas ordinisโ, affinchรฉ non prevalga la tentazione di affidarsi alla pretesa funzione taumaturgica della politica, allโinfondata credenza circa l’innata efficienza dellโimpresa, alla presunzione perfettistica di una religione o di una ideologia. Pace e prosperitร sono artefatti umani, manufatti istituzionali che richiedono lโimpegno e lโumiltร che segnano la distanza tra la โcivitas Deiโ e la โcivitas hominumโ.
[1] Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, Universitร del Molise



